Saviano e la bellezza

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Saviano e la bellezza

La bellezza. La bellezza di ritrovarsi due ore col fiato sospeso in un teatro mentre un uomo, uguale a tanti altri, ti racconta storie forti, vere, tue, che nemmeno l’applauso liberatorio alla fine riesce a togliertele di dosso. E infine la bellezza di tornare a casa e canticchiare nella testa “Pata pata” mentre ricordi i nomi le tappe di questo viaggio al limite dell’inferno: dalla Siberia all’Iran di Ahmadinejad, dall’Argentina di Maradona e Lionel Messi all’Africa di Miriam Makeba e Ken Saro-Wiwa fino alla nostra Italia fatta di diritti calpestati e criminalità al potere…

Un romanzo teatrale “La bellezza e l’inferno”, lo spettacolo con cui Roberto Saviano inaugura una formula nuova per dare respiro alle sue parole. “Io sono un abusivo del teatro” e in un attimo il suo naturale raccontare, il suo goffo incespicare creano un mondo sospeso dove tutti quanti noi siamo Roberto Saviano.

Lo spettacolo parte con tre immagini fortissime: la scorta di Saviano che lo precede sul palco e lo affianca per tutto il tempo. La semplice bellezza di Roberto Saviano. Il video di una ragazza ammazzata in Iran mentre manifestava per i suoi diritti. E tutto il romanzo teatrale di Saviano e tutto il mondo si potrebbero rinchiudere in un attimo in quelle tre immagini, nella voglia di costruire qualcosa di bello e nell’impossibilità di farlo nell’inferno che c’è la fuori… E da qui parte tutto il confronto fra “La bellezza e l’inferno”, si inseguono le storie che non potranno che restare addosso, nella pelle, nell’”anima” del pubblico…

La bellezza insanguinata di Neda si affianca alla bellezza stuprata di Taraneh, sempre iraniana, bellissima, bruciata perché troppo bella, troppo coraggiosa. “La bellezza e la felicità fanno sempre paura al potere”. E così si passa a parlare dell’inferno, fra le mani del pubblico passa la mitragliatrice AK47, meglio conosciuto come Kalashnikov, “l’arma che più ha ucciso nella storia del mondo”, a Nobel e alle sue scoperte che hanno cambiato la sua vita e il mondo intorno a lui. E poi con naturale leggerezza Roberto Saviano ci conduce per storie tragiche e allegre, oltrepassando naturalmente quel fragile confine che separa bellezza e inferno: la coraggiosa protesta degli immigrati di Castevolturno (e di Rosarno…) che vengono in Italia a lottare e “a morire per diritti che noi non difendiamo più”, la straordinaria storia di Pata Pata cantata da Miriam Makeba a Castelvolturno prima di morire, e i video dal telefilm più famoso del continente africano, Basì and Co., dello scrittore Saro-Wiwa, impiccato per aver denunciato la compagnia petrolifera Shell... E poi con naturale leggerezza, le storie difficili di due miti del calcio, Maradona e Lionel Messi, ci conducono fino al volto di Varlam Salamov, straordinario autore russo che ha lottato più di trent’anni in un gulag per difendere una cosa che neppure pensava di avere davvero: l’anima. Una resistenza che si trasforma in superamento dei propri limiti, in una strepitosa voglia di vivere e godere per Michel Petrucciani, il pianista nano che con la sua meravigliosa musica ha strappato l’applauso finale a Roberto Saviano.

Ci si commuove e riempie di questi personaggi. Faticosissimo, per intensità e partecipazione, questo tempo unico al Piccolo Teatro di Milano, con la regia semplice e complice di Serena Sinigaglia. Uno spettacolo che forse non si avrà più la facile occasione di rivedere ma che dovrebbe essere rimesso in scena ogni anno, che dovrebbero poterlo vedere tutti, perché, per dirlo con le parole di Danilo Dolci, citato da Roberto Saviano e sconosciuto a quasi tutto il pubblico: “Se l’occhio non si esercita, non vede. Se la pelle non tocca, non sa. Se l’uomo non immagina, si spegne”.

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Tipo: RECENSIONE
Articolo Letto 2427 volte

Scritto da tomaz il 02-03-2010 - Tempo di lettura: 50 secondi

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